TAVOLA SPIGOLOSA

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23 giugno – VIDEO & CIBO

Entertainment o tutorial? Reportage o videointerviste? Digitale o televisione? Il presente e il futuro del racconto del cibo in video, nella nostra tavola spigolosa di Giugno.
RELATORI:
Rossana De Michele, autrice tv
Stefano Vegliani, giornalista Mediaset
Andrea W. Castellanza, regista e direttore Istituto Antonioni
Annalisa Musso, Head of Digital Content Cucchiaio d’Argento

Rossana inizia col botto, portando un reperto storico, il plastico dello studio del suo programma preferito di cucina, Kitchen, condotto da Andrea Pezzi su MTV.
Un programma che ha spostato l’asse della cucina dallo storytelling all’empatia.
Negli anni 70/80 si raccontavano le ricette, con Kitchen il fulcro è diventato invece essere empatici con gli spettatori.
Ospiti prestigiosi, ambientazione retro, ma soprattutto si consumava il cibo in video. La tv è un mezzo che non permette di utilizzare tutti i nostri sensi, ma così facendo si usa una nuova chiave: l’empatia e l’attivazione dei neuroni specchio.
Il successo di un programma è fatto da questo: usare la teoria della mente, per capire che cosa pensano quelli che ti stanno guardando.
Solo coi neuroni specchio, guardando le reazioni degli attori, entriamo in empatia con loro e sentiamo quello che loro sentono: profumi, odori e sapori.
Le imperfezioni sono un valore aggiunto: c’è fortissima empatia con gli spettatori che si identificano più facilmente.

I relatori di Tavola Spigolosa, foto di Ezio Zigliani

Annalisa Musso ci racconta il rapporto del video con il mondo digitale, spiegandolo per contrapposizione: non è empatia mediata dalla persona.
Gli elementi che caratterizzano il digitale sono tre: velocità, semplicità, originalità.
Nella comunicazione gastronomica digitale non esiste l’elemento umano: l’uomo diventa uno strumento al pari della planetaria, perché presta solo le mani. Questo è lo standard che si sta imponendo.
Gli stessi personaggi televisivi, online, hanno una resa diversa, molto più bassa, rispetto a fenomeni come Tasty
Altro elemento, è l’assenza della storia: quello che su altri canali è fondamentale, sul digitale manca completamente.
Le caratteristiche tecniche di questi video hanno cambiato la nostra fruizione: adesso sono quadrati, cambiamento non irrilevante che per esempio richiede formati diversi per gli sponsor. La destinazione d’uso è il cellulare e il canale preferito è Facebook: il contenuto si adatta al mezzo.
A sminuire l’importanza della persona, possiamo citare le tecniche di montaggio e di regia, e il fatto che la ricetta deve essere sacrificata alla velocità.
Se si usa questa tecnica, i numeri sono davvero importanti: parliamo di milioni di visualizzazioni.
Questi video, tra l’altro, ingaggiano, ma non è necessario che siano funzionali: producono una reazione emotiva potente, ma non necessariamente da parte di amanti della cucina che replicheranno le ricette a casa.
Il cibo diventa seduzione, e perde rilievo la ricetta come educational.

Ma quindi il cibo perde il suo significato profondo per diventare solo puro intrattenimento?

Rossana e Annalisa sono d’accordo: ‘Le dirette su fb potrebbero restituire maggiore autenticità.’
‘La fruizione con snapchat e video in diretta ci riporta all’idea del cibo ‘lungo’. Resta comunque l’obiettivo della ricetta ‘corta’, da montare e non da girare live.
Il live non paga: i tempi della preparazione dei cibi sono compatibili solo con ‘altro’, intrattenimento o interviste, o con programmi di montaggio.’

Andrea W Castellanza riprende il discorso del racconto visuale del cibo.
‘Io vedo un ritorno al passato, con veri e propri film di montaggio: Masterchef ha provato una diretta con risultati disastrosi, mentre col montaggio è un vero e proprio film.
La differenza fondamentale è tra programmi dove si mostrano ricette e formati di racconto, di empatia verso la storia dei personaggi attori.
In quei programmi i protagonisti sono le ‘storie’, e non il cibo.
Tutto passa dall’estetica: l’impiattamento è una funzione geometrica e di colore, funzionale al racconto visuale.
Jamie Oliver cos’ha in più? Lui, senz’altro, ma soprattutto la fotografia: i colori sono fondamentali e la trasformazione dei colorist è determinante per il successo del programma, insieme a luce e montaggio, che fanno il resto.’
Introduce poi il concetto del sottotesto: quando vediamo un film, il sottotesto è tutto quello che non viene detto, ma è quello che il regista vuole comunicarci davvero.
I programmi tv culinari di oggi lavorano sul sottotesto facendolo diventare testo principale: ormai la ricetta non esiste più, ma sono importanti solo le storie. Forse si dovrebbe tornare a mostrare come si fa il cibo, riscoprendo il sottotesto in maniera più raffinata.
Nel 1956 Mario Soldati raccontava il cibo nella valle del Po: mostrava il cibo e l’origine delle materie prime, e mentre faceva questo ci raccontava la società. Andrea tornerebbe volentieri a quella situazione, a quel tipo di racconto.

In effetti ci sono esempi di programmi così: e tutti i relatori sono d’accordo sulla bontà di un programma come
Unti e Bisunti, che è stato fatto benissimo e dove il linguaggio era protagonista.
Certamente un format costosissimo, e in fondo con una resa di pubblico bassa.
Sono sostenibili programmi così? Probabilmente solo con sponsor importanti.
Rossana rivaluta i cooking show: se ben fatti, costano molto poco perché il format li rende industrializzabili.
Riportare in auge questa modalità riesce a ridurre i costi. La cucina è demandata a personaggi come Borghese, Chiara Maci, Sonia Peronaci: non ci sono chef, perché nessuno spettatore si deve sentire inadeguato: questa è la chiave del successo televisivo.

E’ il momento di Stefano Vegliani che parla di Chef’s table, un tipo di format totalmente assente in Italia. Un racconto documentaristico ma avvincente di storie di cuochi.
Non tutte le puntate sono tutte uguali: alcune più entusiasmanti, altre meno, anche a seconda dell’appeal del personaggio, e della scrittura.
Quella, però, è una strada interessante: siamo nello storytelling, un docureality prodotto da Netflix, ma il racconto della ricetta c’è.

Rossana ci riporta al concreto: costano come dei film!
Ma Stefano incalza: si riducono sempre i costi ma poi non lamentatevi del successo di Netflix, a discapito delle nostre produzioni basse.

Come pensiamo il futuro?

La forchetta crescerà sempre di più tra i nazional-popolare e la possibilità data dalle sale cinematografiche. Se si riuscisse a lavorare con distributori tipo Netflix passando per l’ottimizzazione dei prodotti, incominciando ad utilizzare le sale, dando valore ai soldi spesi….forse troveremmo la quadratura del cerchio.
Finché fruiamo dei video sul mobile, non ha senso spendere grosse cifre: ma l’enorme qualità estetica, che è sostanza se parliamo del cibo, può essere la strada.

Però, questi programmi, hanno un relativo successo di pubblico, purtroppo. Sicuramente dal punto di vista estetico sono importanti, sono molto costosi perché sono molti i professionisti che ci devono lavorare.
Ma sarebbe utile capire come creare qualcosa che possa andare al cinema e che possa portare tanti spettatori, facendo un lavoro non cinematografico ma documentaristico, per dargli un respiro che porti le persone al cinema.

La provocazione è di Andrea: il pubblico di Checco Zalone è difficile da portare al cinema per vedere cose come quelle di cui stiamo parlando.
E dal pubblico subito incalzano: Forse se le conducesse Zalone, chissà…!

Stefano non è d’accordo: ‘Dobbiamo fare un discorso alto e culturale o nazional-popolare?’
Secondo Rossana c’’è spazio per tutto.
‘Io non sarei troppo snob. Quando ci lamentiamo del fatto che la divulgazione debba ‘arrivare’ agli spettatori, è perché non riusciamo a portare la divulgazione alta al livello del nazional-popolare!
Voler fare le cose per quattro persone vuol dire ghettizzare la cultura.
Quindi pensiamo a dei prodotti alti, ma con tanto sano realismo. L’esigenza di intrattenimento verrà sempre assecondata, ma l’esigenza culturale deve trovare i mezzi e le strade per pagare i costi.’

Riportiamo tutto sull’agricoltore? Cominciamo a parlare di agristar? Forse, è la nostra unica salvezza! La strada potrebbe essere quella di ritornare a raccontare la terra, ridando valore al cibo e ricominciando a spiegare che va pagato il giusto, ribaltando la moda attuale di mettere al primo posto il risparmio.

Come sempre grazie ai nostri partner tecnici, che ci regalano il meritato aperitivo finale: Panzera, Grana Padano, Zafferano, Urbani Tartufi, Vini Pala, e ai due gruppi di studenti che rendono Tavola ancora più bella. I ragazzi dell’Istituto Alberghiero Giovanni Falcone di Gallarate e le ragazze del Master in comunicazione digitale del Sole 24 ore, che anche in questa occasione hanno fatto diventare #tavolaspigolosa Trend topic su Twitter. Anche questa volta al primo posto. #modestiaAparte